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Martina Navratilova nasce a Praga (attualmente Repubblica
Ceca, ex Cecoslovacchia) il 18 ottobre del 1956.
I monti Krkonose, i Monti dei Giganti che confinano con la Polonia,
sono stati la cornice della sua prima infanzia; su quelle nevi la
madre Jana, maestra di sci, le impartì le prime lezioni e
lì nacque la sua passione per la montagna (tuttora la residenza
di Martina è ad Aspen, nello stato del Colorado). Lincontro
fatale con il tennis avvenne qualche anno più tardi, sui
campi in terra rossa di Revnice, il paesino nella campagna boema,
poco distante da Praga, in cui la madre si trasferì verso
il 1960, dopo la separazione dal marito. Il tennis era una tradizione
nella famiglia di Martina: la nonna materna, Agnes Semanska, aveva
fatto parte della nazionale cecoslovacca negli anni antecedenti
la seconda guerra mondiale. La piccola Martina trascorreva interi
pomeriggi palleggiando contro il muro di casa con la racchetta di
legno della nonna, e seguiva la madre quando si recava a giocare
presso il locale club di tennis. Poi arrivarono le lezioni sul campo:
il primo maestro di Martina fu l'amato patrigno Mirek Navratil,
sposatosi con la madre nel 1962.
Un
giorno vincerai Wimbledon; così Mirek spronava il suo
talento, invitandola ad attaccare, a scendere a rete il più
possibile, a costruire un gioco creativo e spettacolare. Il gioco
al quale Martina ci abituò per tanti anni: estroso, istintivo,
a tratti quasi maschile nella sua spregiudicatezza.
La piccola mancina arrivò alle semifinali nel primo torneo
disputato, alletà di otto anni, e dai dieci anni in
poi iniziò a collezionare esperienza e successi in molti
tornei giovanili, sia in patria che allestero. Le lezioni
prese al Klamovka Park di Praga da George Parma, il più grande
tennista cecoslovacco di quei tempi, raffinarono ulteriormente la
sua tecnica. A nove anni Martina iniziò a maturare lidea
di diventare una tennista professionista, dopo aver assistito con
il padre ad un incontro di Rod Laver, il campione australiano vincitore
di due Grandi Slam, che stava giocando un torneo a Praga. Due anni
più tardi segnò il destino, suo e del suo paese, uno
dei momenti più drammatici della storia cecoslovacca, che
abbattè definitivamente la tacita speranza di rinnovamento
covata dal popolo ceco dalla conquista sovietica del 1948 in poi.
La mattina del 21 agosto 1968 i carri armati sovietici entrarono
a Praga, stroncando quella che i libri ricordano come la Primavera
di Praga, nel corso della quale Alexander Dubcek aveva tentato di
imboccare la via del cosìddetto socialismo dal volto
umano. Venne avviato in seguito un rigido processo di normalizzazione.
Martina si trovò a crescere in un paese profondamente cambiato,
più triste, certamente più povero, schiacciato da
una dittatura che usava lo sport e i suoi campioni come meri strumenti
di propaganda. Provò a vivere secondo i loro dettami nei
primi due anni di professionismo, e questi non fecero che rafforzare
in lei la decisione di lasciare il paese.
Numero uno nelle classifiche nazionali da oltre un anno, nel 1973,
all'età di sedici anni, Martina divenne professionista. Fu
proprio in quell'autunno che potè compiere il suo primo viaggio
negli Stati Uniti, il paese in cui prendeva forma la libertà
tanto sognata, il paese di DisneyWorld, dei
suoi attori preferiti visti al cinema (Katherine Hepburn, Spencer
Tracy, Ginger Rogers, Fred Astaire),
nonché degli hamburger e di un consumismo a lei completamente
estraneo. Al torneo di Akron Martina giocò il primo di quella
lunga serie di incontri che avrebbero generato la più bella
rivalità nella storia degli sport individuali. Quel giorno
nellOhio vinse Chris Evert, già graziosa reginetta
del tennis e beniamina indiscussa del pubblico americano. Nellagosto
del 1975, frustrata dalle continue intromissioni nella sua programmazione
dei tornei da parte della Federazione Cecoslovacca, che zittiva
ogni sua protesta con la minaccia di non concederle più permessi
despatrio, Martina lasciò definitivamente la terra
natia e volò negli Stati Uniti per giocare gli Open, dove
giunse in semifinale, sconfitta dalla Evert. Di lì ad un
mese ottenne la Green Card, il permesso di soggiorno. Diciannovenne,
aveva lasciato la sua patria, che dopo averla assurta per anni ad
icona dello sport nazionale, ora la privava della cittadinanza,
dichiarandola "persona non desiderata", e nella quale
solo nel 1986,
in occasione della
Federation Cup, le
venne concesso un breve rientro, sotto la rigida sorveglianza che
spetta ai dissidenti politici. Ma aveva lasciato anche la vita da
studente, le partite ad hockey su ghiaccio con gli amici e, soprattutto,
la famiglia. Temeva che non le sarebbe più stato possibile
rivedere i suoi cari; effettivamente, potè riabbracciarli
solo quattro anni dopo. Furono difficili i primi periodi negli Stati
Uniti, e non segnarono grossi successi in campo tennistico; la non
perfetta forma fisica, dovuta ad un'alimentazione sbagliata, le
valse inoltre l'ironico soprannome di Great Wide Hope,
coniato dal giornalista Bud Collins.
Lentamente
Martina cercò di crearsi delle radici nella sua nuova patria,
circondandosi di buoni amici; un grande aiuto le venne offerto proprio
da unamica, la campionessa di golf Sandra Haynie. Insegnò
a Martina come razionalizzare le tumultuose emozioni foriere di
tanti scoppi dira, inutilmente dispendiosi in termini di energia
e che la condannavano a perdere partite altrimenti alla sua portata.
La nuova forma mentis regalò a Martina il primo grande risultato
della sua carriera, avveramento della profezia paterna: l8
luglio del 1978 si aggiudicò il torneo di Wimbledon, sconfiggendo
in finale lamica rivale Chris Evert. E, con i punti
così guadagnati, divenne per la prima volta la numero uno
delle classifiche mondiali. Ci sarebbero voluti comunque molti anni
ancora, prima
che Martina potesse scrollarsi di dosso defintivamente letichetta
di loser, di perdente, che gli americani le avevano ormai affibbiato;
diventando addirittura, ironia della sorte e beffa per i giornalisti
dalle sentenze facili, la giocatrice che ha vinto più di
chiunque altro nella storia del tennis, maschile e femminile. Vicende
sentimentali influirono sui suoi risultati tra il 1979 e il 1980,
per cui vinse ancora Wimbledon nel 79, ma nessun titolo del
Grande Slam lanno seguente. In particolare, i media fissarono
la loro attenzione sulla relazione con la scrittrice Rita Mae Brown,
nota autrice americana di bestseller; Martina fece la scelta coraggiosa,
e controcorrente in quegli anni, di dichiarare la propria bisessualità
in risposta alle domande dei giornalisti. Pagò per la sua
sincerità; la più grande tennista della storia non
fu certamente anche la più sponsorizzata dalle aziende...
Il 21 luglio del 1981, dopo sei anni trascorsi da apolide, Martina
ottenne finalmente la cittadinanza americana. Coronò lanno
vincendo di nuovo un torneo dello Slam: gli Australian Open, sullerba
del vecchio stadio Kooyong di Sydney. Era linizio di una nuova
fase nella carriera di Martina: quella dei grandi successi, dei
guadagni e dei molti record. E, finalmente, degli applausi del pubblico,
che iniziava a schierarsi dalla sua parte.
La
nuova Martina era il frutto del duro lavoro di preparazione
atletica messo a punto con Nancy Lieberman, giovane stella del basket
americano negli anni Settanta, vincitrice di due medaglie doro
alle Olimpiadi. La loro brillante collaborazione sportiva proseguì
dalla metà del 1981 agli inizi del 1984. Il piano di allenamento
mirava allo sviluppo delle potenzialità atletiche utili nel
tennis, e spaziava dal sollevamento pesi allo stretching, dalla
corsa agli esercizi per migliorare lagilità fisica,
comprendendo anche una adeguata dieta alimentare. In campo ebbe,
per la prima volta da quando era diventata professionista, un'allenatrice,
Renée Richards, alla quale fecero seguito Mike Estep e, dal
1989, Craig Kardon; insieme a loro Martina elaborarò nuove
tecniche dallenamento, studiò ogni singolo aspetto
del gioco, perfezionando lesecuzione dei colpi ed adattandola
ai mutamenti dellattrezzo. Erano infatti gli anni in cui le
racchette di legno cominciavano lentamente a venire sostituite con
le nuove versioni oversize. Queste rivoluzionarono non poco il gioco;
acquisirono sempre maggiore peso i fondamentali e la tecnica del
fondocampo, e si assistette al graduale tramonto del serve and volley,
di cui Martina sarebbe rimasta sempre più solitaria esponente.
Nel 1982 una prodigiosa Martina mostrò al mondo intero la
sua nuova forza, fisica e mentale; vinse la cifra record di 15 tornei
nel singolare e - da non dimenticare - 14 tornei nel doppio, per
un totale quindi di 29 tornei in un anno! Tra questi, il primo titolo
sulla terra di Parigi e la prima delle sei vittorie consecutive
sullamata erba londinese. Lanno successivo si aggiudicò
altri 15 tornei nel singolare (e 13 nel doppio); vinse per la prima
volta, finalmente, gli Open della sua patria adottiva
e si riconfermò campionessa a Wimbledon e in Australia, realizzando
così un Piccolo Slam". Nel 1984 completò
nuovamente tre quarti di Slam: fu sconfitta nella finale della quarta
tappa, quella australiana. L'ex connazionale Helena Sukova la bloccò
proprio ad un passo dalla realizzazione del Grande Slam.
Ormai Martina aveva raggiunto e, per molti versi, superato, il livello
della sua eterna rivale; ma Chris Evert non si diede per vinta.
Con classe ed umiltà da vera campionessa si "rimboccò
le maniche", inziando ad allenarsi duramente per adeguarsi
alle nuove abilità di Martina, e cedette solo a caro prezzo
lo scettro a lungo appartenutole. Ne risultò una rivalità
bellissima, dignitosa, emozionante, mai scontata, che per quasi
un decennio fece innamorare del tennis femminile gli sportivi di
tutto il mondo. Martina e Chris offrivano uno scontro appassionante
sul piano tecnico, con due modi differenti di interpretare il gioco:
le spettacolari discese a rete, l'estroso serve and volley di Martina,
contro lattacco da fondocampo preciso, quasi chirurgico,
di Chris. Ma offrivano anche uno scontro sul piano mentale: lemotività,
listintività di Martina, contro il controllo e la ponderazione
razionale di Chris. Leterna sfida terminò sul finire
del 1988, con la vittoria di Martina nella finale del torneo di
Chicago. Lanno successivo Chris Evert si ritirò dal
professionismo; ricominciò da
allora lamicizia che
le aveva legate in gioventù, e che gli anni di continua competizione
avevano inevitabilmente affievolito.
Nellagosto del 1987, dopo 331 settimane
trascorse al vertice delle classifiche mondiali, Martina dovette
cedere lo scettro a Steffi Graf. Per Martina fu l'inizio di un'era
di nuovi scontri: quelli dellormai ex regina alle prese con
giovani arrembanti, tutte tecnicamente più simili a Chris
Evert, mentalmente agguerrite, dotate della spavalderia adolescenziale
non intaccata dall'esperienza che segna letà adulta.
Nel 1990 Martina realizzò un ultimo, straordinario ed ambito,
record: la nona vittoria a Wimbledon, su quell'erba che forse meglio
di ogni altra superficie ha saputo valorizzare il suo gioco.
Il 1991 portò con sè non poche amarezze nella vita
di Martina: la separazione da Judy Nelson, sua compagna per otto
anni, si concluse con uno spiacevole procedimento giudiziario che
le valse per mesi lattenzione dei media americani. Dal marzo
di quellanno la nuova reginetta delle classifiche era la diciassettenne
jugoslava Monica Seles, con la quale Martina giocò tre finali
quasi consecutive: agli Us Open, a Milano - prima ed unica edizione
femminile del torneo -, ai Virginia Slims Masters di New York. Il
verdetto fu sempre il medesimo: partite belle, emozionanti, incerte
sino alla fine, che negli ultimi games vedevano il sopravvento della
maggiore resistenza fisica e dalla minore età di Monica.
Il 21 febbraio del 1993 Martina ottenne quella che lei stessa definì
come una delle vittorie più belle e significative della sua
carriera: a 36 anni e 4 mesi sconfisse la numero uno in carica,
Monica, in tre set molto combattuti. Il destino ha voluto che quella
fosse la loro ultima sfida; il 30 aprile seguente Monica venne accoltellata
da uno squilibrato durante un cambio di campo, nei quarti del torneo
di Amburgo. Solo
nellagosto del 1995,
mezzanno dopo il ritiro di Martina,
Monica Seles tornò alle gare, con
grande coraggio e sollecitata
in tal senso proprio da Martina, per cercare di riaccaparrarsi quello
scettro assurdamente strappatole con la violenza.
Il 1994 viene ricordato come lanno del
farewell tour, il tour delladdio; alla fine del 1993 Martina
aveva infatti annunciato la sua intenzione di lasciare il professionismo
al termine dellanno successivo. Ebbe modo così di congedarsi
dai tornei che più aveva amato in ventun anni di carriera,
e dal suo pubblico. A Roma venne sconfitta in finale dalla spagnola
Conchita Martinez e ricevette un'interminabile standing ovation.
Fu poi la volta di Parigi, dove perse al primo turno; commovente
il commiato di "Queen of Wimbledon" dal suo torneo, nel
quale giocò un'ennesima, inaspettata finale, sconfitta nuovamente
dalla Martinez. Tornò a casa con un ciuffo derba come
ricordo, immortalata dai fotografi nellatto di strapparlo
dopo la premiazione. Il 14 ottobre, al torneo di Filderstadt, Martina
giocò il suo ultimo incontro in Europa. Il 15 novembre, laddio.
Al primo turno dei Masters di New York, sconfitta da Gabriela Sabatini.
Nellatrio del Madison Square Garden era esposta unenorme
palla da tennis, con impresse diecimila firme di ammiratori e tifosi
di Martina, ed una semplice, eloquente, scritta: Thanks for
the memories.
Copyright
Lisa © 2000-2006
(Tutti
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Il testo di cui sopra non è di
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E' stato elaborato da me personalmente, riunendo tutte le informazioni
che ho raccolto nel corso degli anni. Se qualcuno intendesse utilizzare
in qualsiasi modo il mio scritto, si premuri cortesemente di avvisarmi
prima o, quanto meno, di citarmi
tra le fonti consultate. Una preghiera: se necessitate di modificare
alcune parti del testo, Vi prego di comunicarmelo, onde evitare
equivoci e buffi "strafalcioni", come mi è capitato
di udire in un DVD sulla storia del tennis uscito recentemente!
Ultime modifiche apportate al testo: 18-08-2002
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Martina presenta sè stessa dalle pagine del suo sito
ufficiale
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profilo
nel sito della International Tennis Hall of Fame
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profilo
di ESPN come Atleta del Secolo No. 19
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profilo
su CNN/SI for Women
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articolo
di Dave Kindred per "The
Sporting News"
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dettagliata
biografia su Salon.com
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breve
biografia in spagnolo (iconos deportivos del siglo XX)
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profilo
aggiornato su USA Today
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