| |

- Breve rassegna dalle Origini
agli Anni Novanta -

Il termine "tennis"
nacque in Inghilterra come probabile trasformazione fonetica dell'antico
verbo francese "tenes" (divenuto "tenez"
nel francese moderno), che letteralmente significa "tenete",
la parola che usavano proferire i giocatori quando si accingevano
al servizio per assicurarsi che l'avversario fosse pronto a ricevere.
Il tennis quale lo intendiamo ora fu
elaborato da un barone inglese, il maggiore Walter Clopton Wingfield,
di stanza nella guarnigione delle Indie. Fu il primo a codificare
le regole del tennis moderno nel 1873.
Le origini di questo sport sono assai
più lontane.


Nota: il simbolo
[Link] presente accanto
ai nomi di alcuni giocatori rimanda a dei contributi trovati in
rete ed inerenti il giocatore in questione.


Due giocatori di Jeu de Paume - 1634
|
Sembra che le radici del tennis possano essere ricondotte
addirittura al gioco latino della palla trigonale.
Certo è che in Francia, intorno al Duecento, veniva praticata
presso la corte reale e negli ambienti ecclesiastici una disciplina
affine, denominata jeu de paume (letteralmente "gioco
della palma", con il sostantivo paume usato al maschile). Fonti
del 1292 citano l'esistenza a Parigi di tredici fabbricatori di
palle per il jeu de paume. Gli ambienti adibiti a questo gioco ricordano
la struttura dei chiostri, per cui è probabile che nacque
proprio all'interno dei monasteri, per poi diffondersi successivamento
come passatempo tra gli uomini di corte (che forse vi indulgevano
anche un pò troppo, stando ai numerosi editti reali che dal
1365 ne proibivano la pratica ai cortigiani!). Proprio una sala
adibita al jeu de paume fece da cornice ad un avvenimento particolarmente
importante nella storia della Rivoluzione francese, quando, la mattina
del 20 giugno 1789, il sovrano Luigi XVI ordinò che ai rappresentanti
del Terzo Stato venisse impedito l'accesso alla sala in cui si riunivano
gli Stati Generali. I rappresentanti del popolo decisero allora
di radunarsi nella vicina sala per il jeu de paume, in Rue de l'Hotel-de-Lorge,
e là giurarono di non separarsi mai e di continuare a collaborare
con ogni mezzo ed in ogni luogo finchè non fossero riusciti
a donare alla Francia una Costituzione. Quel momento, che da allora
sarebbe passato alla storia come il "Giuramento della Pallacorda",
gettò le basi per l'elaborazione di uno dei testi giuridicamente
più rilevanti nel diritto moderno.
Jacques-Louis David - "Le Serment
du Jeu de Paume" (The Tennis Court Oath)
Pen washed with bistre on paper, 1791 - Musée National
du Château, Versailles
|
Il gioco della pallacorda veniva praticato anche in
Italia: bastavano una rete, una racchetta e delle palle di stoffa
(che, logicamente, permettevano solo il gioco di volo e non di rimbalzo).
Italiano fu anche il primo libro mai scritto sul tennis: risale
al 1555, ad opera di Antonio Scaino da Salò.
Interessanti informazioni e bellissime stampe sono reperibili nel
sito della Dutch Real Tennis Association [§ Link
of the Dutch RTA], che focalizza la sua attenzione proprio sulla
pratica del jeu de paume e del gioco della pallacorda nell'ambito
delle corti rinascimentali italiane, tra il 1470 e il 1700 circa
(colgo l'occasione per ringraziare vivamente Mr. Cees de Bondt,
che mi ha messa a conoscenza dell'esistenza del suo sito).
Dal libro di Antonio Scaino: 'Trattato
del Giuoco della Palla' - 1555
Uno dei svariati documenti che trovate nel sito di Mr. de
Bondt (vedi link)
|
Torna all'indice


"Major Walter Clopton Wingfield
- Inventor of Lawn Tennis"
Riproduzione da Whitman 'Tennis, origins and mysteries', 1932
|
In Inghilterra erano già state
sperimentate discipline come il "badminton", il "court
tennis", il "racquets" ed il "real tennis"
(o "royal tennis", sviluppato dai maggiori H. Gem e J.P.
Perara) prima che Sir Walter Clopton Wingfield
brevettasse il "lawn tennis". Lawn, perchè
la superfice su cui nacque il tennis fu l'erba, la tipica erba di
prato all'inglese. Nel 1873 venne dato alle stampe il manualetto
in cui il barone Wingfield raccoglieva le sue istruzioni in merito
alla disciplina da lui inventata e praticata per divertimento da
diversi anni. La provenienza veniva attribuita ad un gioco in voga
nell'antica Grecia, chiamato dal barone "Sphairistiké"
(in greco appunto "giocare con la palla"). Le regole di
base erano simili a quelle che conosciamo, diverse erano invece
la forma del campo, a clessidra, l'altezza della rete (maggiore),
il punteggio, adottato dal croquet anzichè dal court tennis.
Edward Frederick Brewtnall, 'Tea
and Tennis' - Oil, c. 1890. Wimbledon Lawn Tennis Museum
Riproduzione da Gillmeister 'Tennis, A Cultural History',
1997
|
Il primo torneo di tennis della storia
si tenne a Wimbledon, pochi chilometri fuori Londra, su un
terreno in Warple Road, vicino alla stazione, appositamente ceduto
dall' "All England Croquet and Lawn Tennis Club". In quel
luglio del 1877 ventidue giocatori si contesero la coppa messa in
palio da un giornale sportivo. Valore: venticinque sterline. Vinse
un giovanotto di nome Spencer Gore, il primo campione nella storia
del tennis. Fu proprio in occasione di quel torneo che vennero messe
definitivamente a punto le regole: si stabilì la forma rettangolare
del campo, le sue dimensioni di 23,77 m in lunghezza e di 8,23 m
in larghezza, l'altezza della rete venne fissata a 1,52 m alle estremità
e 0,99 m al centro, si adottò il punteggio usato nel court
tennis (15, 30, 40), l'incontro venne suddiviso in punti, giochi
e set, e si regolò il cambio di campo al termine di ogni
set. Negli anni a seguire le racchette di legno conobbero diverse
forme, da quella a cucchiaio a quella triangolare, presentata a
Parigi nel 1933 dall'australiano Jack Crawford ed accolta con molta
curiosità. Per il materiale delle palle si ricorse alla flanella
bianca (colore che rimase peraltro utilizzato fino ad una trentina
di anni fa, quando comparvero le prime palle gialle). Nel 1884 venne
disputata la prima edizione femminile del torneo di Wimbledon.
Stampa di mia collezione
|
Torna all'indice


I soldati inglesi amavano praticare il
gioco nazionale di recente invenzione ovunque si trovassero, in
giro per il mondo; una turista newyorkese in visita alle Bermuda
ne rimase affascinata, comprò là uno dei famosi kit
promossi da Sir Wingfield, contenenti palline, racchette e il celebre
regolamento, e lo portò con sè negli Stati Uniti.
Da allora il tennis cessò di essere un diletto esclusivamente
inglese o, tutt'al più, europeo: varcato l'oceano, si diffuse
rapidamente nella "high society" americana. La prima edizione
dei Campionati americani ebbe luogo nel 1881 a Newport, nel
Rhode Island; nel 1915 la sede del torneo venne trasferita a New
York, presso il "West Side Tennis Club" di Forrest Hills.
Diversi sarebbero stati i mutamenti di superficie nel corso degli
anni; erba inzialmente, terra rossa in tre edizioni del torneo (triennio
1975-1977) e, dal 1978 in poi, il cemento del nuovo impianto di
Flushing Meadows. A cavallo tra il Diciannovesimo ed il Ventesimo
secolo dei forti giocatori trionfavano tra Gran Bretagna e Stati
Uniti. Wimbledon venne letteralmente dominato prima da William
Renshaw e successivamente dai fratelli Reggie
e Laurie Doherty. Tra le donne Charlotte
'Lottie' Dod si aggiudicò cinque titoli, quattro
andarono a Charlotte Cooper e ben sette
a Dorothea Douglas Chambers,
che può sicuramente essere ricordata come la più forte
giocatrice del primo anteguerra. I Campionati Americani furono vinti
per sette anni consecutivi da Richard Sears,
e anche William Larned sollevò
lo stesso numero di coppe (ma non consecutive); in campo femminile
Elisabeth Moore e Hazel
Hotchkiss Wightman vinsero entrambe quattro titoli,
mentre la norvegese Molla Bjurstedt Mallory
se ne aggiudicò otto. Il tennis non tardò ad arrivare
anche nel Nuovissimo continente; nel 1905 si giocarono per la prima
volta i Campionati d'Australia, sull'erba dello stadio Kooyong
di Sydney.
Ritratto di Lottie Dod
© sito ufficiale di Wimbledon
|
Torna all'indice


La Divina, Suzanne Lenglen
© sito ufficiale del Roland Garros
|
A partire dal 1891 anche la Francia aveva
organizzato un proprio campionato, che dal 1912 veniva disputato
sui campi in terra rossa di uno dei club più antichi di Parigi,
lo "Stade Français". La partecipazione al torneo
era tuttavia limitata ai soli cittadini francesi, o quanto meno
iscritti in club francesi. Fu nel 1925 che anche i Campionati
di Francia divennero internazionali. Proprio gli anni Venti
furono un'epoca d'oro per il tennis francese: tra le donne dominavano
lo stile e la leggendaria imbattibilità della "divina"
Suzanne Lenglen [Link],
mentre il tennis maschile conosceva i trionfi dei 'Quattro Moschettieri'.
Jacques "Toto" Brugnon, Jean Borotra,
Henri Cochet e René Lacoste [Link]
sollevarono per sei anni consecutivi l'insalatiera d'argento riservata
ai vincitori della Coppa Davis, la competizione per nazioni
ideata nel 1900 dallo studente di Harvard Dwight Filley Davis, che
era considerata in assoluto l'evento tennistico più prestigioso
dell'anno. Nel 1928 Parigi ospitò l'ennesima sfida tra Francia
e Stati Uniti. Per accogliere al meglio la folla desiderosa di assistere
agli incontri e di tifare per i suoi eroi, la capitale finanziò
e diresse i lavori per la costruzione di uno stadio sufficientemente
capiente e degno dell'avvenimento. Il terreno di tre ettari, situato
presso la Porte d'Auteuil, fu ceduto dallo "Stade Français"
a condizione che lo stadio portasse il nome di un membro del loro
club: il pioniere dell'aviazione Roland Garros, deceduto nel corso
di un combattimento aereo nel 1918, cinque settimane prima dell'armistizio.
Da sin. Brugnon, Cochet, il capitano
Pierre Gillou, Lacoste e Borotra nel 1929
© sito ufficiale del Roland Garros
|
Torna all'indice


I tennisti del primo Dopoguerra erano
uomini e donne di estrazione sociale medio-alta, borghesi o talvolta
aristocratici, come nel caso del barone tedesco Gottfried
von Cramm; in ogni caso dovevano potersi permettere i
costi dei viaggi e dell'attrezzatura che portavano con sè
nei vari tornei, in Europa e in America, dal momento che non potevano
ricevere alcuna ricompensa in denaro in caso di vittoria. Questi
gentlemen d'altri tempi giocavano indossando pantaloni e magliette
a maniche lunghe di flanella bianca, mentre le signore usavano ampie
gonne che arrivavano poco sotto al ginocchio e scarpe basse, in
sostituzione degli stivaletti di pelle usati in precedenza. L'inventore
della maglietta di cotone a maniche corte fu il "moschettiere"
René Lacoste, che lanciò come simbolo della sua casa
di produzione il celebre coccodrillino, ispiratogli dai giornalisti
che, paragonando la sua tattica di gioco alla tecnica di caccia
del coccodrillo, l'avevano soprannominato "le crocodile".
"Big" Bill Tilden
© sconosciuto - se doveste avere informazioni in merito,
Vi prego di mandarmi un'e-mail
|
Negli anni del monopolio francese "Big"
Bill Tiden [Link
1; Link
2] dominava negli Stati Uniti, dove vinse per sei anni consecutivi
i Campionati. Fu altresì il primo americano ad aggiudicarsi
il torneo di Wimbledon, nel 1920. Ma, soprattutto, può essere
ricordato come il primo professionista nella storia del tennis.
Negli anni Quaranta, ormai cinquantenne, iniziò a giocare
incontri che prevedevano un montepremi in palio: viaggiava guidando
tutto il giorno, talvolta anche tutta la notte, raggiungeva il luogo
del torneo e, dopo aver giocato, ripartiva verso un altra meta...
Gli anni Trenta videro un'alternanza anglo-americana negli albi
d'oro dei tornei più importanti del mondo. Vi era l'inglese
Fred Perry, che passò
alla storia come colui che riuscì a strappare l'insalatiera
alla Francia. Tra le donne trionfava l'americana Helen
Wills Moody [Link
1; Link
2; Link
3]: gioco pulito, preciso, senza falli, con il quale conquistò
otto titoli a Wimbledon, record che solo Martina Navratilova sarebbe
riuscita ad abbattere cinquantadue anni dopo, nel 1990. Vinse inoltre
sette volte i Campionati Americani e quattro volte il Roland Garros,
per un totale di 31 titoli. Il contegno serio e composto, nonchè
l'imperturbabilità con cui affrontava i diversi momenti delle
sue partite, le valsero il soprannome di "Little Miss Poker
Face". Nel frattempo il connazionale Donald
"Don" Budge [Link]
imponeva la sua classe vincendo nello stesso anno a Wimbledon, in
Francia, in America e in Australia (1938); fu, insomma, il primo
tennista che realizzò un Grande Slam, espressione
coniata proprio in quell'occasione per indicare la vittoria di tutti
e quattro i tornei più importanti del mondo nel corso di
uno stesso anno.
Helen Wills Moody, la più
alta a destra nella foto
© sconosciuto - se doveste avere informazioni in merito,
Vi prego di mandarmi un'e-mail
|
Torna all'indice


Anche i tornei di tennis furono in qualche
modo toccati dalle tremende guerre che hanno segnato il Novecento.
Sia Wimbledon che i Campionati australiani vennero sospesi tra il
1915 e il 1918 per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e tra
il 1940 e il 1945 per la Seconda, nel corso della quale si continuarono
invece a disputare i Campionati di Francia, interrotti solo nel
1940. Un episodio particolare accadde nella finale maschile del
1944 fra Yvon Petra e Henri Cochet: il match si avvalse infatti
di un arbitro speciale, la giocatrice francese Simone Mathieu, vincitrice
di due titoli nel 1938 e nel 1939, la quale volle arbitrare l'incontro
indossando la sua uniforme di capitano delle "Forces Françaises
Libre". La fotografia sottostante si riferisce invece alla
finale maschile dell'immediato Dopoguerra, nel 1946, che vide il
trionfo del trentaduenne francese Marcel Bernard, iscrittosi al
torneo del singolare solo all'ultimo momento, quando aveva saputo
del forfait della sua compagna di doppio misto. Per quanto concerne
i Campionati americani, essi vennero regolarmente disputati durante
entrambi i conflitti.
Parigi, 1946: Marcel Bernard e Yaroslav
Drobny
© sito ufficiale del Roland Garros
|
Torna all'indice


Nel secondo Dopoguerra si assistette
ad un autentico duello australo-americano. L'Australia potè
vantare, nel corso degli anni, innumerevoli ottimi giocatori, quali
Ken Rosewall, il piccolo maître
di Sydney che si aggiudicò il Roland Garros a soli diciotto
anni e sette mesi; Lewis Hoad,
con il suo gioco fatto di potenti accelerazioni. E poi Frank
Sedgman, Roy Emerson,
Neale Fraser, Tony
Roche, John Newcombe.
E, soprattutto, Rod Laver [Link];
il timido e schivo mancino che realizzò per ben due volte
il Grande Slam, nel 1962 e nel 1969. Tra le donne dominò
Margaret Smith Court: vinse undici
titoli di singolare in Australia (di cui sette consecutivi), impose
i record, tuttora imbattuti, di 24 titoli di Grande Slam nel singolare
e di 62 titoli complessivi di Grande Slam tra singolare e doppio.
Realizzò anche un Grande Slam, nel 1970. Non si possono poi
tralasciare la grazia e l'eleganza di Evonne
Goolagong Cawley. Furono davvero anni straordinari per
il tennis australiano; forse perchè in quel periodo il Nuovo
continente era la meta preferita dei tennisti europei ed americani,
che usavano recarvisi a "svernare", portando con sè
da ogni parte del mondo un fertile contributo di novità e
stimoli. Il successivo graduale affermarsi del tennis indoor finì
inevitabilmente col togliere all'Australia quel ruolo privilegiato;
ne derivarono anni di crisi profonda, durante i quali i suoi Campionati
venivano addirittura snobbati dai giocatori migliori (nel 1986 non
furono neppure disputati). Il problema si risolse solo nel 1988,
quando gli Open d'Australia cambiarono sede, trasferendosi nel modernissimo
impianto di "Flinders Park" a Melbourne, e adottarono
una superficie innovativa, il rebound ace, un composto sintetico
noto per favorire gli attaccanti senza tuttavia penalizzare i regolaristi.
Rod Laver in azione
© sito ufficiale di Wimbledon
|
Torna all'indice


I primi anni Sessanta videro gli albori di una nuova
era nella storia del tennis: quella del professionismo. Si ultimava
così quel graduale processo iniziato nel lontano 1926, quando
al Madison Square Garden di New York si giocò il primo torneo
di professionisti, cui parteciparono campioni quali Bill Tilden,
Suzanne Lenglen, Fred Perry e Donald Budge. Finalmente, negli anni
Sessanta, e non senza innumerevoli polemiche ed ostilità,
venne abolita la distinzione tra dilettanti e professionisti. Nel
1968 Wimbledon, l'ultimo torneo che aveva opposto un'anacronistica
resistenza, aprì le iscrizioni anche ai professionisti.
Quando si parla di passaggio all'era open si intende proprio
quella graduale apertura dei tornei alla partecipazione dei professionisti,
cioè di quei giocatori che, sulle orme di "Big"
Bill Tilden, giravano il mondo ricevendo compensi in denaro per
le loro vittorie.
Torna all'indice


Wimbledon 1957: Darlene Hard si
congraula con Althea Gibson per la vittoria
© sito ufficiale di Althea Gibson
|
Dagli anni Cinquanta in poi le giocatrici
americane dominarono la scena mondiale. Americana era Doris
Hart; ammalatasi di poliomelite da bambina, non solo
riuscì a riprendere a camminare ma, lavorando con pazienza
e forza di volontà, diventò una campionessa, e vinse
a Wimbledon (1951), in Australia (1949), negli Stati Uniti (1954-1955)
e a Parigi (1950-1952). Nel 1953 una piccola americana di San Diego
divenne la più giovane vincitrice del Roland Garros: era
la diciottenne Maureen Connolly.
La graziosa "Little Mo" realizzò quell'anno il
primo Grande Slam nella storia del tennis femminile. Quando Althea
Gibson [Link]
vinse a Parigi nel 1956, fu il segno di un grande cambiamento: era
infatti la prima tennista di colore a vincere un titolo dello Slam.
Nei due anni successivi Althea trionfò anche sull'erba di
Wimbledon. Questo sport, nato come divertimento di una classe d'élite,
iniziava lentamente ad allargare la sua cerchia, ad accettare che
anche i neri potessero praticare il tennis anche ad alti livelli
e riportando grandi risultati. Negli anni Sessanta un'altra californiana
salì meritatamente alla ribalta: Billie
Jean Moffitt King [Link
1; Link
2]. Grande campionessa, vinse dodici titoli di Gran Slam nel
singolare (1 in Australia e in Francia, 4 in America, 6 a Wimbledon)
e la cifra record di venti titoli complessivi a Wimbledon. Ma, soprattutto,
grande pioniera dello sport femminile; instancabile sostenitrice
del diritto delle donne ad un uguale trattamento economico rispetto
ai colleghi, ha fondato la Women Sport Foundation (1974), ha inventato
la competizione di tennis a squadre del World Team Tennis (1981),
ha caldeggiato il voto del Congresso per l'Equity Gender Report
(predisposizione nelle scuole di strutture e condizioni tali da
garantire alle ragazze effettive uguali opportunità per praticare
sport e costituire squadre), che avrebbe dovuto dare attuazione
al Titolo IX dell'Emendamento sull'Educazione, in realtà
mai applicato integralmente. Il 20 settembre 1973 è una data
che molti americani e, soprattutto, molte americane, non dimenticano;
quel giorno, all'Astrodome di Houston, Billie Jean King sconfisse
l'ex campione Bobby Riggs nella cosìddetta "battaglia
dei sessi". In palio c'era la promessa di aumentare, anche
se di poco, i montepremi femminili. Quello stesso anno Billie Jean
King provocò un vero e proprio "scisma" nel mondo
del tennis: insieme ad un gruppo di altre giocatrici diede vita
ad una associazione separata da quella maschile, con un proprio
sponsor ed un autonomo circuito di tornei. Fu così che nacque
la Women's Tennis Association (WTA), con la sponsorizzazione della
Philip Morris (da cui il nome di "Virginia Slims Tour"),
ed uno slogan: "You've Come a Long Way, Baby", assolutamente
veritiero...
Billie Jean King in azione sull'erba
di Wimbledon e, a destra, nella conferenza stampa
con Bobby Riggs prima della celebre "Battaglia dei sessi",
il 20 settembre 1973
|
Torna all'indice

"Jimbo" Jimmy Connors
© Allsport
|
I giovani tennisti degli anni Settanta iniziavano
la loro carriera verso i diciott'anni, partendo subito da professionisti;
per questo si può dire che furono la prima generazione di
professionisti. Il dominio americano si riconfermava continuamente,
sia in campo maschile che femminile. Jimmy
Connors [Link
1; Link
2], celebre per il rovescio bimane, preciso e potente, fu l'unico
giocatore che si aggiudicò gli Open degli Stati Uniti su
tutte e tre le diverse superfici sulle quali vennero disputati (nel
1974 sull'erba; nel 1976 sulla terra rossa; nel 1978, 1982 e 1983
sul cemento di Flushing Meadows). I 109 tornei vinti nel singolare
sono inoltre un record di "Jimbo" ancora ineguagliato
in campo maschile, insieme a quello di "anzianità":
si ritirò 1992, dopo essere riuscito l'anno precedente, all'età
di trentanove anni, a raggiungere ancora le semifinali agli U.S.
Open, acclamato e sostenuto con memorabile entusiasmo dal suo pubblico.
Arthur Ashe
© Jean-Loup Gautreau - Getty Images
|
Come non ricordare poi Arthur
Ashe [Link],
soprannominato "il Professore", forse per il grande fair
play sempre dimostrato in campo, forse anche per via di quella laurea
in Economia che l'aveva avvicinato relativamente tardi al professionismo.
Nel 1975, battendo Jimmy Connors in finale, divenne il primo tennista
di colore a vincere Wimbledon; realizzò così uno degli
scopi che si era da sempre prefisso, quello di dimostrare cioè
come un nero possa trionfare non solo negli sport più "duri",
come la boxe, il basket, il football, ma anche in una disciplina
raffinata quale il tennis. Un tennis sempre meno élitario,
questo sì, ma ancora poco conosciuto e praticato nei ghetti
e nei quartieri di periferia delle grandi metropoli americane. Arthur
Ashe è scomparso nel febbraio del 1993, stroncato dall'AIDS
contratta in seguito alle numerose operazioni a cuore aperto cui
fu sottoposto, e a causa delle quali aveva abbandonato prematuramente
il professionismo sul finire degli anni Settanta. Negli ultimi tempi
era ritornato nel mondo del tennis, riuscendo a coinvolgere giocatori
e giocatrici per il finanziamento di una fondazione per la ricerca
sull'AIDS. Una fondazione che opera ancora oggi, e porta il suo
nome; come porta il suo nome pure il nuovo stadio centrale degli
U.S. Open, inaugurato nel 1997.
John McEnroe
© sito ufficiale di Wimbledon
|
Dal professore al "monellaccio", al
"moccioso" di origine irlandese che si è fatto
amare per lo strordinario talento, ed al tempo stesso odiare, per
l'indiscutibile caratteraccio: John
McEnroe [Link
1; Link
2], "the Genius", ha imperversato
con le sue volé mozzafiato dalla fine degli anni Settanta
in poi. Fu un degno rivale per il "vichingo" biondo dagli
occhi di ghiaccio e lo sguardo magnetico, che trionfò sull'erba
di Wimbledon per cinque anni consecutivi.
"Re" Bjorn Borg
© Getty Images
|
Bjorn Borg [Link]
si rivelò un vero "rompicapo"
per i puristi dell'epoca: era infatti un regolarista, un grande
terraiolo, il cui gioco regalava però grandi successi anche
sull'erba, facendogli vincere, dal 1975 al 1980, ben cinque titoli
consecutivi a Wimbledon. I suoi pallonetti liftati competevano con
le destrezze di McEnroe in una bellissima rivalità, destinata
purtroppo a spezzarsi quasi sul nascere; precisamente nel 1983,
quando Borg, all'apice della sua carriera, decise improvvisamente
di ritirarsi. Si distinsero in quegli anni anche altri giocatori,
tra i quali possiamo ricordare l'americano Vitas
Gerulaitis, l'argentino Guillermo
Vilas [Link],
l'italiano Adriano Panatta
(l'unico che riuscì a sconfiggere Re Borg nel suo regno,
la terra rossa del Roland Garros) e l'istrionico rumeno Ilie
Nastase, "Nasty" per i tifosi.
Chris Evert
© sito ufficiale di Wimbledon
|
Il 21 dicembre 1972, il giorno del suo diciottesimo
compleanno, Chris Evert [Link]
divenne professionista. Da allora "Ice Maiden" non smise
più di incantare gli americani; per la grazia e il fascino
che sapeva esprimere anche in campo, quando passava le avversarie
con il suo micidiale rovescio bimane. Per la bravura che la rendeva
nettamente superiore rispetto alle altre giocatrici, e che le fece
vincere 157 tornei nel singolare; record che solo la sua eterna
rivale sarebbe riuscita a superare. Una rivale che veniva dall'Est,
naturalizzata americana per fede e per scelta, ma soprattutto per
realizzare il sogno di diventare una campionessa. Martina
Navratilova è diventata la più grande tennista
di tutti i tempi. I record da lei realizzati in ventun anni di carriera
costituiscono tuttora un traguardo lontano e difficilmente raggiungibile:
167 tornei vinti in singolare, 187 in doppio, 331 settimane al vertice
delle classifiche, 1683 incontri disputati in carriera, di cui 1455
vittoriosi. Cifre quasi imbarazzanti, che testimoniano inequivocabilmente
il segno lasciato da Martina nella storia del tennis. E poi, come
dimenticarlo, restano lo stupore e gli applausi che ha strappato
al pubblico con i suoi smash di fatale precisione, con le sue volé
dalle geometrie perfette, frutto di irripetibili attimi di estro.
Un altro dato rimane, indiscutibile, negli annali del tennis. Fino
alla seconda metà degli anni Ottanta i vertici delle classifiche
WTA recarono solo i nomi di Martina e Chris. Una bellissima e sana
rivalità, un binomio che ha resistito in cima al ranking
femminile per quasi dodici anni, dal novembre del 1975 all'agosto
del 1987. Con un'unica, breve parentesi di 22 settimane, nel 1980,
costituita dalla bambina prodigio americana Tracy
Austin, che dopo essere diventata la più giovane
vincitrice nella storia degli U.S. Open, riuscì ad arrivare
in testa alle classifiche.
Martina, Chris e Tracy alla fine
degli anni '70
grazie a "Matchball" (n.679, 12/8/1994)
|
Torna all'indice


Ivan Lendl
© sito ufficiale degli U.S. Open
|
Si aprirono all'insegna dei trionfi di
John McEnroe, delle sue rivalità con il Jimmy Connors degli
ultimi momenti migliori e con i primi successi di Ivan
Lendl. Il cecoslovacco di Ostrava, così ombroso
e riservato, poco simpatico ai più, dominò letteralmente
la seconda metà degli anni Ottanta. Numero uno delle classifiche
ATP dal 1985, Lendl si aggiudicò otto titoli dello Slam:
3 Roland Garros, 3 U.S. Open, 2 Australian Open. E nessun titolo
a Wimbledon. Forse, come scrisse una volta Martina Navratilova,
che del torneo londinese certo 'se ne intende', Ivan ha "sbattuto
per anni la testa contro un muro", ostinandosi a proporre un
gioco non congeniale per l'erba, senza potenziare il suo punto debole,
cioè il gioco a rete. Il palmarès di Lendl resta comunque
di tutto rispetto: 94 titoli in singolare, che lo proiettano al
secondo posto fra i tennisti uomini che più hanno vinto,
alle spalle di Jimmy Connors.
Steffi Graf e Boris Becker da piccoli
- Brühl 1980
© sconosciuto - se doveste avere informazioni in merito,
Vi prego di mandarmi un'e-mail
|
Il 7 luglio del 1985 un ragazzino appena
diciassettenne, biondo e lentigginoso, sollevò al cielo il
trofeo di Wimbledon, consacrandosi il più giovane vincitore
nella storia del torneo. Si chiamava Boris
Becker [Link
1; Link
2; Link
3; Link
4], veniva da Leimen, un paesino tedesco vicino a Colonia, e
da quell'esordio sorprendente ed inaspettato proseguì brillantemente,
aggiudicandosi altre 3 volte Wimbledon, 2 Australian Open ed 1 U.S.
Open, per un totale di 49 tornei in carriera. Ma, più di
tutto, rimangono nel ricordo dei tifosi il suo carisma in campo,
le emozioni che regalava con le sue insperate rimonte al quinto
set, alla quinta ora di partita, quando non ci si credeva più;
i tuffi spettacolari sull'erba di Wimbledon, nei tanti miracolosi
recuperi sotto rete, e gli inusuali monologhi con cui scandiva il
ritmo degli incontri. Anche fuori dal campo Boris è stato
un personaggio sui generis, sempre pronto a prendere posizione sulle
grandi e piccole questioni di tutti i giorni. Nel 1986 in Germania
sembrò scoppiare la "febbre del tennis". Non poteva
essere altrimenti; oltre al campione di Leimen, iniziava a raccogliere
successi nei tornei più importanti un'altra ragazzina tedesca
cresciuta nella Renania, con la quale lo stesso Boris si era tavolta
allenato da piccolo. Partita dal paesino di Brühl Steffi
Graf [Link
1; Link
2; Link
3] arrivò in cima al ranking mondiale nell'agosto del
1987, la terza numero uno del mondo da quando il computer della
WTA aveva iniziato a redigere le classifiche (cioè, dal 1975).
Nel 1988 Steffi giocò in modo straordinario, vincendo contro
qualsiasi avversaria, realizzando il terzo -e finora ultimo- Grande
Slam nella storia del tennis femminile, e vincendo la medaglia d'oro
alle Olimpiadi di Seul, dove il tennis si ripresentava come disciplina
di prova in seguito alla lunga esclusione decretata da De Coubertin.
Il suo gioco era potente e leggero al tempo stesso; potente per
via del celebre diritto, che sapeva eseguire con precisione e destrezza
da qualunque angolazione, e leggero per l'eccellente mobilità
in campo, per la corsa elegante ed atletica. Steffi si è
ritirata nell'agosto del 1999 dopo aver vinto 107 titoli in singolare,
di cui 22 dello Slam, ed essere stata per un totale di 377 settimane
al vertice delle classifiche, cifra che resta tuttora record assoluto.
Il 1988 non fu solo l'anno di Steffi Graf: fu anche l'anno migliore,
primo ed ultimo, di Mats Wilander.
Lo svedese dal gioco talentuoso divenne il numero uno e completò
tre quarti dello Slam, battendo Ivan Lendl nella finale degli U.S.
Open con una memorabile maratona di sei ore. Ma dall'anno seguente
scivolò via lentamente dalle vette del ranking. A seguito
di un intervento al ginocchio ed altri problemi, sia fisici che
personali, terminò così la sua breve ma luminosa carriera,
con un bottino di 33 titoli, fra cui 7 dello Slam.
Il celebre diritto di Steffi Graf
- Roland Garros 1999
© sito ufficiale del Roland Garros
|
Torna all'indice


Monica Seles solleva il trofeo degli
Australian Open 1993
© sconosciuto - se doveste avere informazioni in merito,
Vi prego di mandarmi un'e-mail
|
L'era Graf conobbe una parentesi di circa
tre anni, durante i quali Steffi dovette accontentarsi di un ruolo
secondario: si era piazzata saldamente in testa alla classifica
WTA una "belvetta" di origine slava. Monica
Seles [Link
1; Link
2; Link
3; Link
4] era nata a Novi Sad, capoluogo della Vojvodina, provincia
serba di etnia ungherese e, nel marzo del 1991, all'età di
diciassette anni e tre mesi, divenne la più giovane numero
uno nella storia del tennis femminile. Monica giocava con forza
e precisione, imponendo alle avversarie il suo ritmo, fatto di accelerazioni
improvvise, giostrando abilmente diversi schemi tattici nel corso
della partita; vinceva combinando tecnica e concentrazione mentale.
I puristi storcevano il naso per l'impugnatura bimane sia di diritto
che di rovescio, nonché per i celebri urletti con cui accompagnava
l'esecuzione dei colpi; resta il fatto che Monica realizzò
tre quarti di Grande Slam per due anni consecutivi, nel 1991 e nel
1992, quando mancò l'impresa per una sola partita, la sconfitta
nella finale di Wimbledon ad opera di Steffi Graf. Era logico aspettarsi
da lei grandi cose l'anno seguente; venerdì 30 aprile 1993
il destino decise diversamente, ed accadde l'impensabile. Durante
un cambio di campo nei quarti di finale del torneo di Amburgo, che
la vedevano opposta alla più piccola delle sorelle Maleeva
(Magdalena), venne accoltellata da uno squilibrato proclamatosi
poi un fan accanito di Steffi Graf. Monica fu così brutalmente
costretta ad abbandonare il tennis, incalzata da eventi imprevedibili
che finirono col tenerla lontana dal professionismo fino all'agosto
del 1995; da allora non è ancora riuscita a ritornare la
numero uno, a completare quell'opera lasciata a metà per
un oscuro disegno della sorte, ma continua a dare dimostrazione
di ammirevole coraggio e tenacia, giocando ancora un tennis di alto
livello e lottando per scalare nuovamente la classifica. Poco dopo
il ritiro della grande, indimenticabile, Martina Navratilova, nel
mondo del tennis si è affacciata un'altra Martina; ventiquattr'anni
più giovane, nata anche lei nella Repubblica Ceca, a Kosice,
ma cresciuta in Svizzera dalla madre maestra di tennis, la piccola
Martina Hingis ha raggiunto il
vertice del ranking WTA nel marzo del 1997, e da allora si è
aggiudicata 5 titoli dello Slam (1 U.S. Open, 1 Wimbledon, 3 Australian
Open); dall'ottobre del 1998 Martina si alterna alla guida delle
classifiche con l'americana Lindsay Davenport,
coetanea e partner di doppio ai tempi del college di Jennifer
Capriati [Link
1; Link
2]. Molti ricordano la bambina prodigio di origine italiana,
la stellina schiacciata nella sua ascesa dal fardello di pressioni
e responsabilità che la carriera professionistica inevitabilmente
comporta, ma che risulta tanto più gravoso quando ancora
si sta attraversando la delicata fase dell'adolescenza.
Gabriela Sabatini - Us Open 1995
© sconosciuto - se doveste avere informazioni in merito,
Vi prego di mandarmi un'e-mail
|
Una sorte in qualche modo analoga pare
sia toccata anche alla bella argentina Gabriela
Sabatini [Link
1; Link
2]. "Core de Roma" per il pubblico italiano (si aggiudicò
infatti per quattro volte gli Italian Open), non ha ottenuto i risultati
cui pareva destinata quando aveva fatto il suo ingresso nel professionismo.
Erano i primi anni Ottanta, e lei era soprattutto la compagna di
doppio di Steffi Graf, etichetta dalla quale faticò non poco
a liberarsi. Gabriela si è ritirata nel 1996; nel suo palmarès
resta un unico titolo dello Slam (U.S. Open del 1990), mentre rimane
per i tifosi il ricordo di una ragazza discreta e di una seria professionista.
Stefan Edberg
© Deutsche Presse-Agentur
|
In campo maschile, gli anni Novanta esordirono
all'insegna della purezza nello stile e dell'eleganza nel gesto:
all'insegna cioè di Stefan Edberg
[Link],
lo svedese fine e riservato che ha conquistato tutti con il tocco
delle sue volé e con un rovescio da manuale. Numero uno delle
classifiche nel 1990 e nel 1991, l'anno seguente il suo breve regno
venne surclassato da un picchiatore, nato nell'assolata Florida,
che impugnava la racchetta come fosse una clava... Jim
Courier impose la sua testardaggine di voler arrivare
là dove nessuno l'avrebbe immaginato, sopperendo con un'ostinata
forza di volontà alla mancanza di stile e, a detta di alcuni,
di talento. Con lui erano iniziati gli anni degli schiaffi alla
palla, sparati da fondocampo in colpi piatti e potenti.
Andrè Agassi
© BBC website
|
Gli anni del ragazzo di Las Vegas dal
look di tendenza, quell'Andrè Agassi
[Link]
che inaugurò l'era dei camicioni, dei bragoni stile hip-hop,
portando nella moda del tennis il look dei ragazzi che camminano
per le strade delle metropoli americane, osando colori sgargianti
laddove la tradizione aveva da sempre imposto il bianco o, al massimo,
le tinte pastello. Vincitore sulla sacra erba di Wimbledon nel 1992,
la sua stella è tornata a splendere nel 1999, dopo alcuni
anni bui; Andrè ha vinto in tre tornei dello Slam e si è
ripreso lo scettro di numero uno delle classifiche.
Pete Sampras
© sconosciuto - se doveste avere informazioni in merito,
Vi prego di mandarmi un'e-mail
|
Fedele al bianco è sempre rimasto
l'americano di madre greca Pete Sampras
[Link],
emulo dichiarato del grande Rod Laver. Sampras ha riproposto un
gioco ricco di stile e classe nell'esecuzione dei colpi, e l'ha
conciliato con la potenza pressante dei ritmi odierni. "Pistol
Pete" è stato il numero uno delle classifiche dal 1993
al 1998, quasi ininterrottamente, ha vinto 61 titoli nel singolare,
tra cui 13 tornei del Grande Slam (2 Australian Open, 4 U.S. Open,
7 Wimbledon), record assoluto in campo maschile (con la vittoria
a Wimbledon nel 2000 ha infranto infatti il record dell'australiano
Roy Emerson, che vinse 12 titoli dello Slam). Il tutto compensa
ampiamente quella mancanza di carisma che viene talvolta attribuita
al campione americano, dote innata e avara, che non omaggia chiunque.
Gli anni Novanta hanno portato anche a momentanee, e spesso fugaci,
ribalte, molti giocatori di diverse nazionalità. Si possono
citare, ad esempio, la carica dei terraioli spagnoli Sergi
Bruguera, Alex Corretja,
Carlos Moya, la simpatica Arantxa
Sanchez Vicario e Conchita Martinez,
la ceca Jana Novotna [Link
1; Link
2; Link
3], l'austriaco Thomas Muster,
il croato dal servizio-bomba e rendimento discontinuo Goran
Ivanisevic, detto "Aceman". E, ancora, gli
australiani Patrick Rafter e
Mark Philippoussis, il cileno
Marcelo Rios, i brasiliani Gustavo
Kuerten e Fernando Meligeni;
tra le donne, le sorelle americane di colore Venus
e Serena Williams [Link]
e la russa Anna Kournikova...
Torna all'indice

Copyright
Lisa © 2001-2007
(Tutti
i diritti riservati, nota informativa)


Passo dopo passo siamo giunti così al Duemila,
al presente, la storia di domani che sfila quotidianamente sotto
i nostri occhi. Talvolta soffermandosi un istante a ricordare le
sue radici, le sue origini; come è successo a Wimbledon,
che ha inaugurato il nuovo millennio rendendo omaggio proprio ai
grandi campioni del millennio appena trascorso (vedi link sottostante).


Top of Page 
|
|